Hegel pedala con Bersani e Berlusconi
Hegel ha affermato che tutto ciò che è razionale è reale e tutto ciò che è reale è razionale. Secondo Wikipedia, intendeva che “il pensiero sarà certamente razionale e non immaginazione, fantasia, quando troverà la sua corrispondenza con la realtà” e “che è inconcepibile che nella realtà ci sia qualcosa di refrattario al pensiero, qualcosa di estraneo ad esso”. In altri termini, se facciamo un ragionamento e la realtà ci dà torto, è il ragionamento che è sbagliato. E se, al contrario, partiamo dalla realtà e ne deduciamo qualcosa, non possiamo che avere ragione. Abbiamo perfino qualche probabilità di azzeccare delle previsioni.
Qualche giorno fa è stato notato che un esecutivo la cui maggioranza è costituita da due partiti rivali è come un tandem in cui ognuno cerca di pedalare il meno che può, in modo da lasciare il massimo sforzo all’altro. Col rischio che il tandem si fermi. Il governo Monti ha ottenuto la fiducia perché Berlusconi e il suo partito avevano l’ansia improcrastinabile di passare ad altri la patata bollente: e infatti esso è stato costituito senza che il precedente sia stato sfiduciato. Naturalmente questa sarebbe stata l’occasione d’oro, per il Pd, per chiedere nuove elezioni: a dar retta ai sondaggi avrebbe avuto buone probabilità di vincerle. Ma, appunto, gli conveniva? Si sarebbe volontariamente messo nei guai da cui Berlusconi si era tirato fuori. E allora, ecco il governo tecnico. Un governo parafulmine che adotta qualche provvedimento scomodo, tanto per far credere che l’Italia sta facendo qualcosa per risolvere la crisi (lo spread ieri era a poco meno di cinquecento) mentre i partiti fiutano l’aria per sapere che vento tira. E pedalano il meno che possono.
La previsione più semplice è che il governo cadrà quando converrà al Pdl o al Pd. Fino ad allora, ambedue si diranno incondizionatamente risoluti a sostenere il governo e pronti a indicare come nemico della Patria chi non lo faccia. Ma il comportamento reale è simile a quello dei ciclisti su pista, quando stanno in “surplace”, in bilico sui pedali, aspettando che l’avversario si lanci per poi contrattaccare in condizioni di vantaggio. Fino ad ora siamo stati attenti a vedere chi dei due avrebbe pigiato sui pedali per primo: ora lo sappiamo, è Bersani. La corsa è cominciata.
Tutto è dipeso dal fatto che la ministra Fornero ha detto una cosa dopo tutto ovvia e banale: “L’art.18 dello Statuto dei Lavoratori? Se ne può parlare”. Apriti cielo. Della dichiarazione si è impadronita la Camusso e col piglio più demagogico che è riuscita a trovare ha minacciato che se il governo tocca l’art.18 scoppierà la rivoluzione o quasi. Gli altri sindacati hanno temuto di essere considerati amici del giaguaro e le hanno dato manforte, facendo anche loro dichiarazioni di fuoco. Ai sindacati si sono accodati parecchi esponenti del Pd e alla fine Bersani ha ceduto, in stile Crozza: “Toccare l’art.18? Ma ragazzi, siamo matti?” Traduzione: se si tenta di modificarlo faremo cadere il governo.
Quello che Bersani non ha previsto, o quello cui non ha dato sufficiente importanza, è che così ha autorizzato Berlusconi a dire, per il prossimo provvedimento che non gli garberà: “Ah no, questo no. Se il governo insiste lo faremo cadere, così come il Pd ha detto che l’avrebbe fatto cadere se avesse toccato l’art.18”. E infatti già oggi il “Corriere” titola: “Berlusconi, avvertimento a Monti: Siamo noi gli arbitri, basta tasse o si va al voto”(link).
La razionalità si rivela realtà. Non è verosimile che due partiti che hanno tutto l’interesse di danneggiarsi reciprocamente collaborino lealmente. Il “governo tecnico” è un’assurdità e avrebbe senso se ciò che è utile al Paese fosse oggettivamente chiaro e innegabile; se fosse identificato da tutti nello stesso modo; se cioè si fosse tutti d’accordo. Se invece, in un momento di crisi, i partiti hanno concezioni diverse riguardo a ciò che va fatto; se sono convinti che certi provvedimenti che piacciono agli avversari sono al contrario esiziali, è in buona fede che potrebbero opporsi con tutte le loro forze, fino a far cadere il governo.
In troppi si sono illusi che si potesse mettere la realtà fra parentesi. È un esercizio che non riesce. Non che ci sia da esserne contenti: ma comincia ad essere chiaro che o il governo Monti non fa niente, e certo non salva l’Italia, o cade. E poco importa per mano di chi.
Dopo tutto questo, riuscire a dire Buon Natale, è un atto d’eroismo.
Gianni Pardo
23 dicembre 2011
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