Il Legno Storto di Kant
Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico
Tesi quarta – Il mezzo di cui la natura si serve per attuare lo sviluppo di tutte le sue disposizioni, è il loro antagonismo nella società, in quanto però tale antagonismo divenga in ultimo la causa di un ordinamento legale della società stessa.
Col nome di antagonismo intendo qui la insocievole socievolezza degli uomini, cioè la loro tendenza a unirsi in società, congiunta però con una grande riluttanza, che minaccia continuamente di disunire questa società. Ciò è evidentemente una tendenza insita nella natura umana. L’uomo ha un’inclinazione ad associarsi, poiché nello stato di società egli si sente maggiormente uomo, cioè sente di potervi sviluppare le sue disposizioni naturali. Egli ha però anche una tendenza a dissociarsi (isolarsi), poiché ha parimenti in sé la qualità antisociale di voler volgere tutto solo secondo il proprio intento, per cui si aspetta resistenza da ogni parte e sa di avere egli stesso, da parte sua, la tendenza a resistere contro gli altri. Questa resistenza, ora, stimola tutte le energie dell’uomo, lo induce a vincere la sua tendenza alla pigrizia e, spinto dal desiderio di onore, potenza o ricchezza, a conquistarsi un posto tra i suoi consoci, che egli certo non può sopportare, ma di cui neppure può fare a meno. Si compiono così i primi veri passi dalla barbarie alla cultura, la quale consiste propriamente nel valore sociale dell’uomo; si sviluppa così a poco a poco ogni talento, si educa il gusto, e mediante una continuata illuminazione si pongono addirittura le basi di un modo di pensare che col tempo può trasformare in principi pratici la rozza naturale inclinazione verso una distinzione morale e così infine trasformare in un tutto morale quell’accordo di associarsi che era una costrizione patologica. Senza la condizione, in sé certamente non desiderabile, della in socievolezza, da cui sorge la resistenza che ognuno nelle sue pretese egoistiche deve di necessità incontrare, tutti i talenti rimarrebbero esternamente nascosti nei loro germi in un’arcadica vita pastorale di perfetta armonia, frugalità e amore reciproco: gli uomini, buoni come le pecore ch’essi conducono al pascolo, darebbero alla loro esistenza un valore ben poco superiore a quello posseduto da questi loro animali domestici; essi non colmerebbero il vuoto della creazione rispetto al loro fine di nature razionali. Siano allora rese grazie alla natura per la intrattabilità che genera, per l’invidiosa emulazione della vanità, per la mai soddisfatta cupidigia di averi o anche di dominio! Senza di esse tutte le eccellenti disposizioni naturali insite nell’umanità rimarrebbero eternamente assopite senza svilupparsi. L’uomo vuole la concordia; ma la natura sa meglio di lui ciò che è buono per la sua specie: essa vuole la discordia. L’uomo vuol vivere comodamente e piacevolmente; ma la natura vuole ch’egli esca dallo stato di pigrizia e di inattiva soddisfazione ed affronti lavoro e fatiche per inventare ancora i mezzi onde ingegnosamente liberarsi anche da quest’ultime. Gli impulsi naturali che lo spingono a ciò, le fonti della in socievolezza e generale rivalità donde nascono tanti mali che però spingono a loro volta a nuova tensione delle energie e quindi a un maggiore sviluppo delle disposizioni naturali, quest’impulsi ben rivelano dunque l’ordine di un saggio Creatore e non già la mano di uno spirito maligno che gli abbia guastato o rovinato per gelosia la magnifica per gelosia la magnifica opera.
Tesi quinta – Il massimo problema alla cui soluzione la natura costringe il genere umano è di pervenire ad una società civile che faccia valere universalmente il diritto.
Poiché il supremo fine della natura, cioè lo sviluppo di tutte le di lei facoltà, può essere nell’umanità raggiunto solo nella società, e precisamente in quella società che presenti la massima libertà, dunque un generale antagonismo dei suoi membri peperò anche la più rigorosa determinazione e garanzia dei limiti di tale libertà affinché essa possa coesistere con la libertà degli altri; e poiché altresì la natura vuole che l’umanità debba attuare da sé così questi come tutti gli altri fini della sua destinazione: perciò appunto una società, in cui la libertà sotto le leggi esterne sia congiunta nel più alto grado possibile con un potere irresistibile, cioè una costituzione civile perfettamente giusta, dev’essere il compito supremo della natura nei riguardi del genere umano, in quanto solo assolvendo ed attuando tale compito la natura può raggiungere tutti gli altri suoi fini nei riguardi della nostra specie. Ad entrare in questo stato di coazione l’uomo, a cui pure la libertà senza limiti sarebbe così cara, è costretto dal bisogno; e precisamente dal massimo dei bisogni, quello cioè di sottrarsi ai mali che vicendevolmente si arrecano gli uomini le cui tendenze fanno sì ch’essi non possano durare a lungo insieme in selvaggia libertà. E’ unicamente nel chiuso recinto costruito dalla società civile che quelle stesse tendenze producono poi il migliore effetto: così come gli alberi in un bosco, per il fatto appunto che ognuno cerca di togliere aria e sole all’altro, si costringono reciprocamente a cercare l’una e l’altro al di sopra di sé e perciò crescono belli e diritti, mentre gli alberi che in libertà e isolati fra loro mettono rami a piacere, crescono storpi, storti e tortuosi (quest’immagine del bosco ritorna quasi letteralmente anche in un frammento all’incirca contemporaneo alla stesura dell’Idea etc., e raccolto ora nel v. XV/2 dell’edizione dell’Accademia – Handschriftlicher Nachlass II, Antropologie II, a cura di E. Adickes, Berlino, 1913, p. 610). Ogni cultura e arte, ornamento dell’umanità, è il migliore ordinamento sociale sono frutti della insocievolezza, la quale si costringe da sé a disciplinarsi ed a svolgere quindi compiutamente con arte forzata i germi della natura
Tesi sesta – Questo problema è ad un tempo il più difficile e quello che il genere umano impiega più tempo a risolvere
La difficoltà che già la mera idea di un tale compito pone subito davanti agli occhi, è questa: l’uomo è un animale che, se vive tra altri esseri della sua specie, ha bisogno di un padrone. Egli infatti abusa certamente della sua libertà in rapporto ai suoi simili e sebbene, come essere razionale, desideri una legge che ponga limiti alla libertà di tutti, il suo egoistico istinto animale lo induce, quando può, ad eccettuarne se stesso. Dunque egli ha bisogno di un padrone che pieghi la sua volontà e lo obblighi ad obbedire a una volontà universalmente valida, sotto la quale ognuno possa essere libero. Ma donde egli prenderà questo padrone? Da nessun altro luogo se non dal genere umano. Ma questo padrone è a sua volta un essere animale che ha bisogno di un padrone. Egli può dunque porre mano alla cosa come vuole; ma non si riesce a vedere come gli sia possibile procurarsi un organo sovrano della pubblica giustizia che sia esso stesso giusto: e ciò tanto se egli lo cerca in una persona singola quanto se lo cerca in un corpo di molte persone scelte allo scopo. Ognuna di esse, infatti, abuserà sempre della propria libertà se non avrà sopra di sé chi eserciti su di essa il potere secondo le leggi. Ma il capo supremo deve essere giusto per se stesso e tuttavia essere un uomo. Questo problema è quindi il più difficile di tutti ed una sua soluzione perfetta è anzi impossibile: con un legno così storto com’è quello di cui è fatto l’uomo, non può venir costruito nulla di interamente diritto. Dalla natura ci viene imposta solo l’approssimazione a questa idea […]. Che essa sia anche l’ultima ad attuarsi nel tempo, risulta oltre tutto pure dal fatto che allo scopo si richiedono giusti concetti circa la natura di una costituzione possibile, una grande esperienza conquistata con lunga pratica del mondo, e soprattutto una buona volontà disposta ad accogliere tale costituzione. Ma queste sono tre condizioni che solo difficilmente e comunque assai tardi e dopo molti vani tentativi possono trovarsi riunite.
Immanuel Kant





